venerdì 22 marzo 2013

Le possibilità della lotta

Ho pensato tanto a te oggi, amico mio. Oggi c'è lo sciopero dei tuoi vecchi colleghi, di quell'epoca in cui eri così clandestino che per lavorare avevi dovuto fingerti un altro. 

A Piacenza quelli che facevano come te sono finiti assunti coi documenti veri, in regola. Niente CIE, né giudici, né rimpatri. Quella loro bugia necessaria cancellata dalla memoria vendicativa dei datori di lavoro e delle forze dell'ordine, e conservata solo tra le memorie utili, per ricordare per quali strade pericolose si cammina quando si è costretti.

Se fossi stato anche tu tra di loro, la tua vita sarebbe stata diversa. Non avresti dovuto scappare, con il motorino rotto e una gamba ferita dopo un incidente. Non avresti dovuto pregare per tenerti il più misero dei posti di lavoro. Se sei solo, i guai iniziano a bisbigliarti nelle orecchie ed è facile confondere quel mormorio incessante con quello delle persone pie. Alla fine hai cominciato a mormorare tutto il giorno anche tu. E poi c'è stato il sindacato. Quello che hai scelto, nonostante tutta la sua storia e le sue grandi bandiere rosse, era certamente quello sbagliato. E' stato quel sindacato a darti la prova più convincente che tutto è nelle mani di Dio.

Forse, se tu fossi stato tra quei lavoratori, ti saresti sposato. E magari a quest'ora avresti anche i bambini che desideravi. Invece sei da qualche parte a studiare da prete e a spendere i tuoi ultimi capelli neri in cambio di un disegno celeste in fondo al quale, in un luogo imperscrutabile, dovrebbe finalmente trovarsi la giustizia.

Quando ci siamo conosciuti eri il più ottimista degli ottimisti, mentre non è ottimismo quello che hai ora. E' solo l'ultimo giro della speranza prima che la giostra chiuda. E' l'ultima possibilità degli uomini e delle donne soli, che non hanno attorno altre braccia e altre gambe che non siano le loro. Tante braccia possono fermare un camion, e poi un altro e un altro ancora. Possono fermarli anche tutti. Possono fare qualunque cosa.

venerdì 8 marzo 2013

Quando le donne fanno la rivoluzione: un'intervista sull'Egitto, sulla repressione e su chi si organizza per affrontarla

 Tutti i grandi cambiamenti storici sono avvenuti per mano di donne e uomini, da sempre. E tuttavia all'interno di quei cambiamenti le donne non devono lottare solo per portare avanti le loro idee, ma anche, spesso, semplicemente per poter essere presenti, per avere un luogo in cui lottare. E nella lotta devono anche combattere un'ulteriore battaglia, quella della memoria, quella che vorrebbe tramandare il loro contributo alla storia solo come contributo di madri o mogli di martiri, per sempre ricoperte dalla cappa del lutto e della celebrazione, che isola, rende mute e invisibili.

Oggi le donne egiziane scendono in piazza per chiarire ancora una volta che non vogliono essere zittite, né dalle torture inflitte loro nelle piazze o nelle caserme, né da un apparato di potere che già cerca di cancellare la memoria della loro presenza attiva nella rivoluzione.

Ho intervistato T., un ragazzo italo-egiziano che, dopo alcuni viaggi di studio, ha al momento deciso di rimanere al Cairo anche per continuare a fare la sua parte nella rivoluzione. Oggi è membro di Operation Anti-Sexual Harassment/Assault (qui la loro pagina Facebook e qui il loro profilo Twitter), un gruppo attivo al Cairo che cerca di fronteggiare la repressione in atto contro le donne. 
 
Com'è nata l'esperienza di Operation Anti-Sexual Harassment/Assault?

Il gruppo è nato dall'esigenza di fronteggiare gli attacchi in piazza, un nucleo di attivisti si è riunito in un'assemblea iniziale, in cui sono state stabilite le esigenze e il tipo di intervento, poi è stato lanciato un gruppo Facebook, tramite il quale chiunque volesse aderire all'iniziativa si può presentare alle assemblee dove si viene istruiti e si provano tattiche e strategie. Lo scopo del gruppo è salvaguardare la presenza naturale delle donne in piazza durante le manifestazioni.


Quanti siete e come si articola al momento questa operazione?
 
Il numero è estremamente variabile cambia da assemblea ad assemblea anche a seconda di quanti casi ci sono stati nei giorni precedenti l'assemblea. Io faccio parte del gruppo di interventi e l'ultima volta in cui sono sceso in piazza eravamo due gruppi di 25 persone circa. Rimane il fatto che i gruppi d'intervento non sono che l'appendice di una operazione più grande fatta di attivisti che magari non scendono in piazza, ma che hanno disegnato le nostre magliette o che ci aiutano a raccogliere fondi. Senza contare quelli incaricati di tranquillizzare e confortare le vittime degli attacchi.  
 
Come siete organizzati durante le manifestazioni e quali sono le azioni che portate avanti al di là di esse?
Le nostre azioni sono sempre dei contro interventi, non facciamo operazioni di polizia interna, quando avvengono degli attacchi ci portiamo al limitare dell'area della folla che sta cercando di molestare/violentare la persona in questione e utilizzando delle tattiche dissuasione e dispersione della folla ci facciamo largo nel gruppo di assalitori fino a recuperare la ragazza che viene poi portata al sicuro in un luogo che è sconosciuto persino a noi del gruppo di intervento, onde evitare infiltrati e rappresaglie. Al di là degli interventi durante le manifestazioni ci sono le assemblee in cui proviamo le manovre di salvataggio e recupero, se così si possono definire, le donne che fanno parte dei gruppi addetti a rassicurare e confortare la vittima e controllare il bisogno di intervento medico vengono preparate in maniera specifica da alcuni attivist*, in stanze separate dalle nostre quindi non so in cosa consista esattamente la loro preparazione.

Avete ricevuto delle minacce e degli attacchi?
 
Non il nostro gruppo fortunatamente, un gruppo parallelo che si occupa dello stesso problema, ma con un altro approccio, è stato identificato seguito e attaccato nel momento assembleale, le donne sono state pesantemente molestate e gli uomini malmenati. Questo chiaramente ci invita alla prudenza. 
 
Pensi/pensate che gli attacchi contro le donne nelle piazze egiziane siano parte di un progetto e pensi che ci siano un'organizzazione e una direzione?

Penso che ormai sia sciocco pensare il contrario, gli attacchi avvengono sempre nelle stesse posizioni geografiche della piazza, sempre con le stesse modalità. Hanno come scopo l' intimidazione, spingono le donne a non partecipare, a partecipare meno o ad avere paura e a non sentirsi tranquille quando partecipano. Certo è opportuno ammettere che il problema è sociale e che gli attacchi hanno successo e sono efficaci perchè aumentanoesponenzialmente il bacino di interesse una volta scaturiti, ogni osservatore o passante può diventare un assalitore. E' chiaro a mio avviso che se da un lato abbiamo delle azioni e delle strategie precise di attacco alle donne che vogliono partecipare alla vita politica della piazza dall'altro abbiamo un evidente problema per cui molti giovani uomini vedono la sessualità come forma di punizione e umiliazione sociale.
 
C'è stata un escalation in questo tipo di attacchi? Come si inseriscono, secondo te, negli eventi del processo rivoluzionario egiziano?
 
Il primo di questi attacchi è stato ai danni di una giornalista straniera, credo americana, il giorno delle dimissioni di Mubarak, giorno in cui la piazza è stata aperta anche ai non militanti, in modo che tutti potessero celebrare la "vittoria" della rivoluzione. Personalmente non ho creduto subito a questo tipo di storie, sia per il modo in cui è stata raccontata sia per l'assenza di qualsiasi forma di molestia nei 18 giorni di occupazione della piazza, c'è stata per un certo periodo di tempo una certa riluttanza ad accettare l'idea che le cose fossero diverse dai 18 giorni. Poi c'è stato l' 8 marzo ( nel 2011), in cui le donne sono state attaccate da gruppi di islamisti, e infine oggi in questi giorni gli attacchi sono sistematici, e l'escalation è evidente.
 
Ho letto (qui) che la violenza sessuale contro le manifestanti era una prassi utilizzata già dal regime di Mubarak, che ora viene semplicemente pagata da un'altra tasca. Sei d'accordo?

 Bisogna tenere presente che io non ho visttuo a lungo l'era Mubarak. Le molestie sessuali sono una bruttissima forma di repressione delle donne che nella società egiziana è presente da anni. Mubarak avendo fallito nel rispondere alle vere esigenze della popolazione è senz'altro responsabile di questo tipo di cambiamento sociale. Quanto all'utilizzo della molestia sessuale come strategia di intimidazione politica, è cosa nota che avvenga tra le polizie di tutto il mondo, e la polizia di Mubarak non faceva certo eccezione. Invece gli attacchi di massa ad una ragazza, che finiscono a volte con lo stupro sono a mio avviso un'altra cosa. Sono modalità che non ho mai visto prima, non penso che gli assalitori siano tutti pagati, forse qualche provocatore, quanto alle armi ( coltelli, tasers, rasoi) che alcuni di essi utilizzano non sono nè costose, nè difficilmente reperibili in Egitto. Senz'altro abbiamo già visto questo tipo di violenza concertata contro le donne già durante il regime militare che ha "retto " il paese fino alle elezioni presidenziali.
 
In questo articolo si sostiene l'esistenza di un tentativo, da parte delle forze attualmente al potere in Egitto, di relegare la rivoluzione ai 18 giorni del gennaio-febbraio 2011, negando, così, l'essenza rivoluzionaria delle proteste successive a quelle date. Pensi che i terribili episodi di violenza del 25 gennaio di quest'anno si inseriscano in questo quadro? Che servano anche per creare agli occhi dell'opinione pubblica un “epoca d'oro” della rivoluzione, contro un presente che è invece solo disordine e sofferenza? La costruzione del mito della rivoluzione egiziana del 2011 (quella che si vuole relegata a quelle giornate del 2011) è già pienamente in corso: che ruolo hanno le donne in questo mito?

La reazione ad ogni rivoluzione in corso è quella di celebrarne la vittoria e dichiararla conclusa, è un modo per fermare il processo rivoluzionario, già i militari dello SCAF definivano "Gloriosa" la rivoluzione e parlandone al passato fallivano nell'interpretarne il significato e la portata sociale. La costruzione del mito della rivoluzione significa cristallizarla e dichiararne adempiute le aspettative. Ovviamente siamo molto lontani dalla conclusione di questo processo rivoluzionario. Le donne in questa rivoluzione vengono cristallizate nel ruolo di madri dei martiri. Nessuno ai piani alti sembra ricordarsi delle molte donne velate, non velate e munaqabat ( con il velo integrale che copre il volto) che hanno manifestato e manifestano tutt'ora il proprio dissenso.
Ho letto (qui) una vostra accusa rivolta ai partiti e ai gruppi rivoluzionari, che sarebbero indifferenti rispetto ai pericoli che corrono i manifestanti e le donne in particolare. Puoi parlarmi dei motivi di questa accusa? 
 
 No, non posso parlare di dichiarazioni fatte da altri. Per quanto mi riguarda la nozione stessa di partito rivoluzionario è un ossimoro. I gruppi rivoluzionari invece si occupano della propria difesa anche tramite iniziative come la nostra. Di certo le opposizioni potrebbero fare di più nei confronti della propria base e anche degli anonimi rivoluzionari che hanno un nome solo dopo essere stati uccisi dalla polizia o dalle milizie e dichiarati martiri.

mercoledì 16 gennaio 2013

L'apprendista

La neve è una di quelle cose che fanno la differenza. La differenza tra chi, pur lavoratore di braccia, non è obbligato a stare all'esterno sotto le intemperie, e chi invece deve continuare ad andare fuori comunque, anche quando la strada diventa molle e si ricopre di schiuma, come se qualcuno avesse strizzato dal cielo una spugna imbevuta di detersivo.

Il carpentiere è un lavoro dignitoso, e infatti nessun carpentiere lavora sotto la neve. I fattorini e i camionisti, quelli guidano al riparo, e possono parcheggiare accanto a un portico, in modo da passare meno tempo possibile con il viso esposto alle intemperie.

I lavoratori delle cucine, poi, potrebbero persino non sapere che nevica. E' sempre estate vicino alla stufa e davanti alla bocca del forno. Un'estate torrida, umida di vapori di glutine e graffiante di spezie, ma pur sempre estate. E il tuo contratto del resto dice che tu sei uno di loro. Un apprendista, certo, uno che sta imparando e che per questo viene pagato ben poco, ma uno di loro. Ai lavoratori delle cucine non servono la giacca imbottita, il motorino, il cappello di lana, i guanti impermeabili. Potrebbero scendere dall'auto in sandali e maglietta, se lo volessero. Dovrebbero solo camminare fino alla porta sul retro, sarebbe quello l'unica parentesi di inverno che incontrerebbero.

No, quest'anno la neve non ti tocca, pensi. Il tuo posto è ora accanto al cuoco, a curvare la schiena sui banchi e sui taglieri, in compagnia delle verdure, dei sughi, dei salumi e dei formaggi, nel mezzo del loro calore. Il capo questo non lo ha ancora capito davvero, e allora tanto vale forzare un po' la mano. Oggi nevica, e al lavoro ci vai in autobus, come tutti i lavoratori che hanno il diritto al riparo.

Ma poi in cucina il telefono inizia a squillare, più battente della neve bagnata che scende fuori. E il cibo si accumula vicino alla porta, mentre le padelle non vedono l'ora di sgravare il loro carico e di darlo alle pance affamate. Nessuno è disposto ad aspettare il suo turno, neanche quando fuori precipita una pioggia marcia e gelata che sembra latte cagliato. Il capo urla e ti manda affanculo. Ti ordina di andare fuori, a piedi, con le tue scarpe da ginnastica e il maglione leggero. Cammini veloce, a passi piccoli, come se avessi una carta gioco infilata in mezzo alle cosce. La barba ti cresce sulle guance come se fosse passato un giorno intero.


giovedì 10 gennaio 2013

Il buon selvaggio. Di sessismo, pittura ed elezioni

"Il desiderio di instaurare un dialogo con l'altro sesso va inquadrato anche nel gusto più generale per il primitivo, l'incontaminato, gusto che si andava sviluppando sulla scia dei racconti di viaggi, di esploratori e missionari che contribuirono a creare il mito del buon selvaggio. Nei paesi occidentali, nei salotti borghesi, la donna è, per certi aspetti, l'equivalente del buon selvaggio." (da Storia dell'idea femminista in Italia, G. Conti Odorisio)

All'epoca in cui Pellizza da Volpedo dipinse Il Quarto Stato (1901), era in corso in Italia la stesura della prima legge per porre delle limitazioni al lavoro femminile. Le donne nell'industria italiana erano infatti così tante e lavoravano così duro che si temeva una "degenerazione della razza", poiché i bambini nati da operaie erano spesso malformati o malati. Ma il pittore non le rappresentò e preferì optare per la raffigurazione di una madre e di mostrarla mentre incontra la testa del corteo in diagonale, come se fosse arrivata in quel momento, e mentre rivolge lo sguardo all'uomo, che invece avanza con pacifica fermezza verso il futuro. La posizione del Partito Socialista all'epoca era favorevole alle leggi di tutela per le donne lavoratrici, leggi che in realtà, come denunciò Anna Maria Mozzoni, più che tutelare le donne sembravano tutelare la famiglia e la casa, costringendole ad abbandonare i loro posti di lavoro per ritornare dove erano più deboli, cioè nel chiuso delle mura domestiche. Il lavoro, gli scioperi, la lotta operaia erano cose da uomini. Il Quarto Stato sembra abbracciare in pieno questa visione, che del resto era sostenuta dalla stampa socialista che Pellizza Da Volpedo seguiva.


L'uso strumentale de Il Quarto Stato, come si può ben vedere qui sopra, non nasce certo oggi con la lista di Ingroia. Eppure è significativo che proprio quella lista lo utilizzi.

Oggi la questione della discriminazione delle donne viene strumentalizzata forse come mai prima d'ora, da tutte le forze politiche che vanno da Rivoluzione Civile alla destra para-fascista, passando per il Movimento 5 Stelle, per SEL, per il PD e via dicendo. Una questione che viene risolta da quelle che si autodefiniscono forze "di sinistra" con un'insultante spartizione fifty fifty delle nomine e persino - l'ho visto coi miei occhi - del diritto di parola nelle assemblee. La discriminazione diventa un fatto che si può risolvere formalmente, aggiungendo una regoletta alla politica, la regoletta che da sempre i genitori impongono ai figli che condividono i giocattoli: fate un po' per uno. Il paragone con il gioco, un gioco in cui si vincono bei premi, è l'unico che mi viene per descrivere un atteggiamento del genere nei confronti della discriminazione, atteggiamento che però emerge nei confronti di qualunque questione, dal lavoro al rischio per nulla remoto del tracollo economico.

Nei "salotti" di questa "sinistra" i racconti di viaggio sono quelli che parlano delle luminose socialdemocrazie scandinave, luoghi in cui regnano l'onestà e i diritti, e in cui tutto è lineare, trasparente, privo delle ombre che caratterizzano la nostra politica tramacciona. E il buon selvaggio, ancora una volta, proprio come nel XIX secolo, sono le donne. Loro sono innocenza, rettitudine, semplicità. Sono voce, viso, dolci sorrisi, occhi che guardano al domani con autentica limpidezza femminile. Sono belle parole, buoni propositi, certamente idee sincere, di cuore, espresse da chi è ancora una creatura incontaminata.

Dopo due milioni di anni di storia umana, le donne vengono presentate come "il nuovo". E questa assurdità non appare per quello che è - almeno non a tutt* - perché nella storia le donne non ci sono. Seduti sulla trave dell'Empire State Building, in una famosissima fotografia, ci sono degli uomini. E nel cinema sono file interminabili di uomini, piegati nella polvere del West, a costruire la ferrovia. Le donne sono quelle che portano da bere. Le braccia che hanno costruito il mondo sono braccia maschili*.


Ma la sinistra in bancarotta non ha bisogno di verità storiche. Quello che le serve è un lavoro di branding, che renda vergine e pulita la sua immagine. E allora ecco che cosa partoriscono quelle menti vaghe: candidiamo tante donne quanti uomini. Anzi, di più! Diamo loro la precedenza, perché con le loro morbide labbra naturali da cui escono solo parole di pace ci facciano sembrare avanzati e giusti. Eccolo il segreto per sfangare alle elezioni più incerte degli ultimi vent'anni: la femmina.

*In realtà negli spopolati stati del West, in cui c'era bisogno di tutte le forze per portare avanti la colonizzazione e non si poteva escludere nessuno, le donne lavoravano e costruivano eccome, e sapevano anche imbracciare il fucile, il primo strumento, ancora prima della zappa, con il quale si cominciava a lavorare le terre dei nativi. Era tanto importante il ruolo delle donne, all'epoca che furono proprio alcuni stati nordamericani della frontiera, seguiti da quelli della colonizzazione inglese nel Pacifico (Nuova Zelanda e Australia) a riconoscere per primi il diritto di voto alla popolazione femminile.



giovedì 27 dicembre 2012

Non è una crisi per donne

C. fa l'educatrice. Lavora in una comunità per minori, in cui trovano accoglienza ragazzi con varie tipologie di problemi, tra cui anche quelli psichiatrici. La scure dei tagli è arrivata anche lì, in quel luogo che dovrebbe essere un rifugio, un'oasi di serenità per ragazzi e ragazze che hanno bisogno di riprendere fiato e di curarsi le ferite. Di regola, ogni educatore dovrebbe stare solo con due ragazzi alla volta, ma ora sono il doppio e a volte quelli con problemi psichiatrici sono la maggioranza. Qualche mese fa, uno di loro ha piantato una penna della spalla di C.

V. è un'assistente sociale, una di quelle che si prende in carico anche emotivamente i casi di cui si trova ad occuparsi, spesso senza riuscire a dare un vero aiuto. Di recente, i tagli hanno ridotto drasticamente il personale, e V. deve presentarsi in casa delle persone di cui si occupa (e per cui spesso riesce a fare ben poco) completamente da sola. Alcune di queste persone sono malate e disperate.

B. è un caso abbastanza tipico. Disoccupata, si ritrova a coprire i buchi del welfare in famiglia. Lavora instancabilmente, ogni giorno, ma non ha i soldi per andare via di casa e per farsi una vita tutta sua. Sperimenta con decenni di anticipo e senza la possibilità, prima, di costruire per sé, quello che vivono tante donne della generazione schiacciata tra i nipoti senza più asili e i genitori ormai vecchi.

Il capitalismo utilizza la discriminazione contro le donne per rendere più produttive tutte le forze lavoratrici. Lo fa sfruttando le donne in quanto donne dentro le fabbriche, approfittando della loro posizione di maggiore debolezza nella società per piegarle alle condizioni più brutali. Lo fa quando fa sì che, in quanto donne, si ripieghino sui ruoli più tradizionali, quelli della cura, che diventano dei ghetti di lavoro femminile sempre più svalutato, che può essere spremuto fino all'ultima goccia e infine lasciato al volontarismo e al coraggio di quelle che resistono. Lo fa esponendo le donne, senza alcuna remora, alla violenza, sul loro posto di lavoro, nelle strade sempre più affollate di uomini brutalizzati, o a casa, laddove ad attenderle ci sono mariti, padri, compagni, fratelli da cui non possono liberarsi se lo vogliono. La violenza maschile non ha di certo origine nel capitalismo, però peggiora ogni volta che le donne non hanno che la possibilità di raggiungere uno spauracchio di emancipazione. La violenza non avviene perché gli uomini si ribellano contro il fatto che le donne sono diventate più forti, ma perché approfittano del loro essere ancora più deboli, così come è sempre accaduto.

Il femminismo non è uno dei famosi "temi etici", non è una battaglia morale o semplicemente culturale, perché le pastoie che abbiamo legate ai piedi sono concretissime, possiamo quasi vedercele alle caviglie. Sono l'inesistenza di un lavoro degno di questo nome, sono i soldi che mancano, sono la cura e l'assistenza gettate sulle nostre spalle. I deliri di uno stalker integralista cattolico e di un prete misogino non sono pericolosi tanto per le parole che contengono, ma perché la Chiesa a cui appartengono è ancora più forte di noi.


venerdì 16 novembre 2012

La legalizzazione delle slot mascin

All'indomani di una giornata come quella dello sciopero europeo, la lavoratrice di tastiera si sveglia con il cuore intenerito dalla speranza. Ancora i piedi si muovono al ritmo della musica di stoviglie suonata da una band di educatrici precarie, e le mani frullano nella colazione come se volessero raccontare a tutta la cucina i dettagli di quanto accaduto.

Prima o poi però si torna al lavoro, al computer ormai bolso, appoggiato su due libri perché il contatto con il legno smaltato della scrivania non lo conduca oltre il punto di fusione; ai cataloghi di offerte di lavoro per cui non ho nessuna chance, recapitati ogni mattina dalla mia casella di posta e che una fitta di senso di colpa mi impedisce di etichettare come indesiderati; alle mail dei datori di lavoro che invece mi vogliono, sconosciuti che non sentirò mai parlare nella loro lingua madre e che in uno scarno inglese mi inviano gli elenchi di numeri e parole chiave che un bel momento fruttificheranno nel mio reddito.

Ultimamente le loro lettere si fanno più rade e io mi ritrovo a sentire la mancanza di loro in persona. Ne immagino le figure di giovani startupper, stagliate contro un tramonto mediorientale oppure fieramente sedute nei loro uffici, con maturità, nonostante i capelli ancora neri e le spalle snelle da bagnanti sudeuropei. Perché loro hanno un ufficio, a differenza mia. Devono pur avercelo un ufficio, un luogo in cui sono catalogate voci di spesa come la mia camera in affitto, le mie bollette, i pranzi e le cene. Una stanza con grandi finestre azzurre e mobili chiari per esprimere efficienza e per omaggiare la luminosa nazione virtuale da cui i committenti provengono. Il bianco è il colore di internet, come le mele smangiucchiate dei supporti di lusso, come i template raccomandati per veicolare i Vostri contenuti, come gli immensi spazi vuoti nei quali galleggia il ranking di un sito web. 

E nella povertà dei contatti persino una notizia comunicata per dire altro, per esplicitare il tema di un articolo da scrivere, diventa quasi un gesto di affetto. A dicembre la versione virtuale delle slot machine verrà legalizzata anche in Italia. Una notizia insulsa, persino dannosa, che però per me significa con ogni probabilità  un nuovo marzo lavorativo, lo scioglimento dei ghiacciai in cui al momento i soldi che potrebbero spettarmi sono intrappolati. So che potrei ritrovarmi a scrivere cataste di articoli con l'obbligo di utilizzare parole come "slot mascin" con la sh, "slot machines" con la esse, "slots machines" con la doppia esse, ma ugualmente sussulto come per un'endovena di entusiasmo. 


Essere freelance - non cominciate a balbettare dei "ma" e dei "però". Il mio è davvero un lavoro di scrittura ed è davvero un lavoro freelance, ma è anche, davvero, un lavoro idiota, privo di qualunque utilità sociale e anzi pure nocivo - vuol dire spesso avere un rapporto del tutto distorto con i propri datori di lavoro. I rapporti diventano allo stesso tempo personali e del tutto oscuri. La/Il freelance in molti casi vede solo una porta chiusa, decorata da un logo realizzato probabilmente da un altro freelance come lei/lui (l'annuncio su Odesk diceva così: "I need a logo designed around my company's name since that's my brand. It will need to be something trendy, modern, slick, with a presence. Good examples would be Kenneth Cole, Calvin Klein, Hugo Boss, Apple, etc... For reference please visit my site"). Il datore di lavoro (o il responsabile delle risorse umane) scrive gli ordinativi su dei foglietti che poi infila sotto la porta. Nei momenti vuoti, la/il freelance aspetta con i gomiti sulle ginocchia e immagina la stanza celata dalla porta. A volte sospetta che dietro il logo ci sia una vecchia scrivania di legno, con il computer appoggiato su due libri, proprio come la sua. 

La freelance è indotta a pensare di essere tutto sommato in una relazione di parità con il proprio datore di lavoro/committente. Dopotutto, dice a se stessa, anche io per lui sono qualcuno che sta dietro una porta chiusa. Ovviamente non c'è nessuna parità quando il lavoratore non ha il controllo sulla produzione, anche se la produzione è "immateriale". E chi deve inseguire la propria mesata articolo per articolo, briciola per briciola, non ha proprio il controllo di nulla, anche se lo fa "coi suoi tempi", "in autonomia".

Il datore di lavoro diventa semplicemente l'emissario di un'industria i cui unici recapiti conducono a palazzine fitte di nomi situate in qualche arcipelago tax free, oppure ancora a loghi, fotografati dallo spazio, incisi sul mondo perché il mondo stesso, per questi mostri, è solo una mappa da esplorare col mouse. Singoli che si relazionano con singoli, di fronte a un potere economico che fa di tutto per darsi alla macchia, per diventare idea, un qualcosa che si può contestare ma non colpire. La rubrica dei contatti come strumento di lavoro, lo strumento più sterile e innocuo che ci sia. La rete disarma i lavoratori, li fa passare nel tritacarne della produzione più inutile e seriale, riducendoli in poltiglia incapace di esprimere alcunché all'interno dei rapporti economici.

Alcuni si accodano ai megafoni dei freelance d'alto bordo, ritagliandosi un ruolo simbolico, di denuncia. Alcuni inseguono altre lotte. Quasi tutti rimangono comunque dietro quella porta chiusa, a masticare ipotesi tra una keyword e l'altra, inumiditi dal loro lavoro di scantinato.

Qui si discute di umidità e di molte altre cose.

mercoledì 31 ottobre 2012

L'assassinio di Anteo Zamboni

Oggi, 86 anni fa, Anteo Zamboni veniva assassinato. Su questo bambino morto a Bologna nei primi anni del fascismo si sa molto poco. Si sa come è morto, ma non si sa perché. Si sa moltissimo di suo padre, delle sue conoscenze potenti, della Bologna di allora e si sa qualcosa persino sugli intrighi più neri nel nero dei battibecchi familiari tra il fascismo agrario padano - tutto muscoli e omicidi - e quello "normalizzatore" delle istituzioni. Ma di lui non si sa quasi nulla, e questo perché Anteo era, appunto, un bambino, un essere umano che ancora non aveva avuto tempo di lasciare una grande traccia di sé.

Nel bellissimo saggio "Attentato al Duce", Brunella della Casa, dell'ISREBO, ricostruisce quanto avvenuto attorno e durante l'attentato per cui Anteo è stato incolpato e istantaneamente ucciso, fornendo anche interessanti ipotesi sulla vera matrice di quell'evento e sul braccio che effettivamente sparò. Ipotesi che cercano di rendere giustizia a una vita stroncata a 15 anni, la vita di un adolescente che non era neanche ancora un ragazzo, che nel giorno della sua morte andò alla parata a vedere il Duce con le spille arrugginite di una vecchia squadra di calcio, trovate nel giardino di casa, appuntate sulla camicia nera da balilla. Assai poco probabilmente un anarchico, molto più probabilmente un bambino.

A quattro anni dalla Marcia su Roma Mussolini aveva deciso di celebrare l'anniversario di un evento tanto importante a Bologna, uno dei luoghi che meglio rappresentavano la sconfitta delle lotte operaie e bracciantili da parte del fascismo e città del quasi podestà Arpinati (venne nominato un paio di mesi dopo), esempio dello squadrismo che sapeva farsi istituzione. I festeggiamenti avvennero in una città passata al pettine della repressione, in cui si era provveduto a incarcerare preventivamente tutti coloro che erano ritenuti in odore di antifascismo. Circa duemila persone. Il Duce aveva seguito un rigido programma di inaugurazioni, ricevimenti, cene, sfilate a cavallo e la sera di quel 31 ottobre si avviava verso la stazione, tra due ali di folla che lo ammiravano mentre imboccava via Indipendenza sull'auto scoperta.

Nell'arco dei 12 mesi precedenti, Mussolini era sopravvissuto a quattro attentati. Erano oltre 3000 i miliziani mobilitati in città per presiedere ad ogni sua apparizione, insieme a migliaia di uomini tra soldati, carabinieri e membri del servizio d'ordine del partito. In quei giorni, gli squadristi portavano in giro per Bologna un manichino impiccato sovrastato dai nomi dei tre attentatori e dell'attentatrice che fino ad allora avevano cercato di uccidere il Duce: Zaniboni, Cappello, Gibson, Lucetti. Le voci che parlavano di un nuovo attentato in preparazione in città erano infatti molte.

Per colpa di uno sparo

All'angolo di via Rizzoli, mentre l'auto rallenta, un colpo di pistola attraversa il bavero della giacca del Duce, scava la stoffa della fascia che porta al petto e fa entrare la luce nel cilindro del sindaco Puppini, al suo fianco sul sedile. Mussolini è voltato nella direzione da cui arriva il colpo e vede distintamente il suo attentatore, che ha superato il cordone di sicurezza che tiene a distanza la folla. Lo descriverà come un uomo ben diverso da Zamboni, il quale invece, in pochi secondi, viene afferrato e accoltellato dagli squadristi per poi essere lasciato già morto in pasto alla folla, che gli rompe i denti, lo morde, lo colpisce, lo strangola.

Nei giorni seguenti, Pio XI dichiara che è ormai evidente la protezione accordata da Dio al Duce. Decine di messe, celebrate da vescovi e cardinali, risuonano nelle basiliche per ringraziare l'Onnipotente della grazia concessa a Mussolini. Neanche una parola viene spesa per Anteo. Di lui, in effetti, quasi nulla giunge al pubblico. La pubblicazione di tutti i giornali di opposizione viene sospesa. Non si deve sapere nulla delle rappresaglie che i fascisti stanno compiendo in tutto il paese e che vanno avanti per giorni fino a quando non è Mussolini stesso a fermare il pogrom. Per difendersi da una di quelle rappresaglie, Emilio Lussu uccide un fascista e verrà condannato al confino a Lipari, da cui poi fuggirà.

Vengono sospesi tutti i passaporti e sono sciolti tutti i partiti, le associazioni e le organizzazioni che si oppongono al fascismo. Viene istituito il Tribunale per la Difesa dello Stato, che applica il codice militare di guerra. E' dichiarato decaduto il mandato di tutti i deputati aventiniani, compresi quelli che, come i comunisti, erano ritornati in Parlamento. Gramsci è arrestato.

Anteo

Nel frattempo a Bologna tutta la famiglia di Anteo fino al secondo grado di parentela viene messa in carcere. Il padre è un ex anarchico da tempo convertito al fascismo, che ha fatto lo stesso percorso di Arpinati e che per questo lo conosce bene. E' convinto di poter essere scagionato in tempi brevi insieme a tutta la sua famiglia grazie all'intervento dell'amico potente. Ma non si può pensare che ad attentare alla vita del Duce sia stato un ragazzino di 15 anni, peraltro, a sentire chi lo conosce, nemmeno molto sveglio. Si da la colpa alla famiglia, nonostante non ci sia alcuna prova di un suo coinvolgimento e un magistrato provi anche a farlo notare. Il padre e la zia di Anteo vengono condannati a 30 anni di prigione. La giustizia fascista si accanisce particolarmente contro Virginia, la zia, che poteva vantare un passato politico assai meno compromettente di quello del padre ma che era una donna nubile, forte, oggetto di maldicenze di ogni genere.

E' un nemico troppo bambino Anteo. Non abbastanza da essere risparmiato dai pugnali, ma troppo per attribuirgli per intero la grandezza di un gesto omicida nei confronti del Duce. Non vengono nemmeno rese pubbliche le sue fotografie, per non mostrare, accanto agli elogi della giustizia sommaria e della repressione politica, un volto che ancora non accenna all'età adulta.

Le indagini condussero a stabilire la presenza, sul luogo dell'attentato, dell'ardito lombardo Albino Volpi, fascista particolarmente sanguinario che fu tra gli esecutori materiali dell'omicidio di Matteotti. Molte testimonianze sostenevano che fosse stato proprio lui a pugnalare per primo Zamboni, per poi defilarsi. Si iniziò a parlare esplicitamente di complotto interno al fascismo, un complotto che faceva capo a Farinacci, che aveva come braccia gli arditi milanesi e come capro espiatorio Anteo, non si sa se coinvolto per puro caso o se invece convinto a partecipare. Le indagini furono bloccate direttamente dal vertice dello stato. Del resto, il regime aveva avuto enormi vantaggi dall'attentato ed era giunta l'ora di fare la pace con quei camerati turbolenti che in fondo nessun danno avevano fatto al fascismo, ma solo bene.

In occasione del decimo anniversario della Marcia su Roma, Virginia e Mammolo chiesero la grazia e questa volta Arpinati prese le loro difese, riuscendo a convincere Mussolini. Subito la famiglia Zamboni iniziò ad adoperarsi per dare ad Anteo una sepoltura che finalmente ne riabilitasse la memoria. Fino ad allora infatti il corpo del ragazzo era rimasto in un terreno sconsacrato fuori dalle mura della Certosa di Bologna. Ma si dovette attendere la liberazione perché fosse deciso di spostare i suoi resti. E con essi si spostò anche la memoria. Anteo non era più la vittima innocente che i familiari avevano sempre descritto, ma divenne un partigiano, il primo partigiano di Bologna, membro di quella che Togliatti definì la "Resistenza silenziosa". Così è ricordato sulla targa che si trova affissa su Palazzo d'Accursio.

Ben pochi furono, tuttavia, coloro che furono disposti ad accogliere tra le loro fila la figura ambigua di Anteo, anche fra gli anarchici. Tra gli antifascisti, prevalse sempre l'idea di un ragazzo trovatosi in mezzo a giochi troppo grandi, spazzato via con pochi colpi di coltello in nome di necessità maggiori, legate o alle ragioni del regime (in caso si sostenga l'ipotesi di un falso attentato, architettato per mettere finalmente al bando l'opposizione) o a quelle di una sua dissidenza interna (e in questo caso l'attentato è vero). Solo in tempi più recenti si è iniziato a concepire la possibilità di un giovane uomo pienamente padrone del suo gesto, compiuto in fedeltà a un ideale politico o al contrario in ribellione contro la famiglia e alla ricerca di un'affermazione di sé.

Di certo c'è il fatto che di Anteo Zamboni, assassinato ancora bambino dai fascisti, non rimangono parole, né quasi ricordi. Niente oltre a qualche quaderno di scuola e a una manciata di fotografie, la maggior parte delle quali lo ritraggono già morto*. E che qualunque parola verrà detta su di lui, non sarà mai sua.



*potete trovarle con una velocissima ricerca in rete, ma se siete impressionabili ve le sconsiglio